domenica 3 gennaio 2016

Terzo giorno dell'anno - The Third Day

Terzo giorno dell’anno.

“ E’ in gamba, divertente e … e sa cucinare”
La commedia romantica scivola sullo schermo piatto a stemperare il primo pomeriggio.
Giro tra le dita un sigaro, centellinato da una nota dolcissima di malvasia.
Una proiezione di filamenti chiari, setosi ed impalpabili iniziano a contorcersi leggeri e fluenti nell’aria.
Si allargano con grazia.
Disegnano texture degne di un amanuense.
Ne osservo le linee fino al loro dissolversi, lento e suadente.
Così penso che è ora di scrollarsi dalla pigrizia e dalle esecuzioni degli ultimi giorni.
Stendo una qualche sorta di storia come si fa con una pasta all’uovo che liscia avvampa su un piano di legno sapiente e robusto.
Qui so di quanta pazienza e calibrato dosaggio di forze necessito, quell’adagio dell’animo che giunge a destinazione solo dopo essere stati pizzicati, rivoltati, distratti, rubati da ritmi indigeni.
E torno a qualche giorno prima della fine di quest’anno, così denso e tutto sommato ricco di preziose esperienze, nuovi visi e incroci di vite. Nuovi suoni da me, dal mondo.
Ma qui è silenzio, come nebbia che avvolge e assorbe tutto.
Nessuna paura, ma pace. Immensa.
Sono seduta ad un tavolo, in un bar, nel bel mezzo della montagna.
Gomiti appoggiati, incuneati nella superficie, orecchie tese, respiro silenzio e discorsi vari ad intermittenza.
Ho davanti una Peroni, sì, una Peroni… e vicino a me degli amici.
I muscoli strizzano, risuonano di epiloghi non felici. Il corpo ha memoria e ogni tanto ricorda.
Spietato, sopporti. Sai che finito il suo giro ti restituirà ogni capacità di risplendere.
Ma c’è un silenzio che mitiga ogni cosa qui, tutto è lontano, tutto è vicino.
La luce calda ed aranciata avvolge il locale, fuori è blu denso puntellato di sassi bianchi e luce di lampione.
Due, forse tre avventori entrano solitari in una composta riservatezza, appena qualche accenno trascinato da voce impastata dei colori del luogo.
Per arrivare lì si passa per una strada che curva si insinua tra cialde di roccia alta e possente.
Di notte svettano fino a bucare il manto scuro che le sovrasta, come gentiluomini d’altri tempi, portano un cappello al petto a salutare la gentile luna che le illumina.
Strizzano l’occhio dai boschi e poi di nuovo nell’ombra dei loro profili ad osservare, ci riportano giù nelle gole e poi su fino alle luminarie di paese.
Presepi autentici dei tempi moderni, richiamano infanzia, radici, mistero.
Una registrazione di tanti tanti anni fa e una casa. Chitarre e voci, tranne la mia intrappolata nel mio margine. Oggi, una cantina, chitarre e voci, sì, anche la mia.
Torno sulla stradina ed ogni volta che passo lì sotto, gioco con questa immagine, appoggio la testa sul cruscotto della macchina come una bimba e guardo montagna e stelle girare su me.
Penso che sarebbe bello quest’anno, trovare un posto così anche per me, un rifugio dove il tempo e lo spazio non esigono convenzione, dov’è lo spirito a soggiornare senza chiedere dazio.
Con la sola mente puoi trovarlo quando vuoi, ricrearti, anche ora vedi, ci sto dentro …
ma avere un luogo vero aiuta a smuovere le mani e le gambe insieme al cuore.
Staccarsi. Svegliarsi con un’angolazione di luce diversa e ascoltare l’anima della montagna che ti accoglie senza chiederti nulla in cambio, solo profondo rispetto. E tu per lei.
Senza dire una parola.

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